Sei in : Home / Attività / Incontri / EuropAmerica: c ... / Atti dell'incon ... / Giulio Tremonti, Ministro del ... 

Intervento di Giulio Tremonti, Ministro dell'Economia e delle Finanze e Presidente dell'Istituto ASPEN Italia

Intervento di Giulio Tremonti, Ministro dell'Economia e delle Finanze e Presidente dell'Istituto ASPEN Italia



GIORGIO NAPOLITANO. Ricordo che al Ministro Tremonti seguiranno gli ultimi tre interventi e che sono chiuse le iscrizioni a parlare.
Do la parola al Ministro Tremonti, che ringrazio per la collaborazione offerta dall'Istituto Aspen.

GIULIO TREMONTI, Ministro dell'Economia e delle Finanze e Presidente dell'Istituto ASPEN Italia.
Intervenire tra gli interventi è un espediente retorico, che utilizzo per mascherare due limiti: in primo luogo, il mio sarà un intervento condizionato dal desiderio di essere il più banale possibile, per non fare notizia sui giornali, e in secondo luogo esso sarà improvvisato, perché determinato dal dibattito.
L'incipit dell'intervento del Presidente Amato ha riguardato la caduta del Muro, una grande data, che marca un grande evento storico. A dire il vero, tre sono i punti proposti dal senatore Amato sui quali concordo: il ragionamento su questi documenti deve essere sempre collocato nella dimensione storica, dunque con una prospettiva di dieci, venti, trenta anni; la data del 1989 e la caduta del Muro di Berlino hanno un'importanza fondamentale; il rapporto transatlantico scorre e si sviluppa su una linea che è continua, ma non piatta, nel senso che passa attraverso fasi di cambiamento, di accelerazione e di rallentamento della velocità storica.
Giorgio La Malfa ha opportunamente ricordato l'episodio di Suez. Effettivamente, si trattò di un episodio che marcò una discontinuità e un'evoluzione geopolitica nei rapporti, ma è anche vero che nello stesso periodo si sviluppò la vicenda dell'Ungheria, di segno diverso. Da una parte, infatti, ci fu una rottura del ritmo delle relazioni e, dall'altra, una concentrazione sul tema fondamentale della democrazia.
Se ho ben compreso le affermazioni del senatore Amato, che peraltro mi trovano pienamente d'accordo, in una lunga prima fase ciò che ha diviso ha riguardato le strategie industriali e militari, mentre ciò che ha unito è stata la democrazia.
In effetti, ritengo che il supporto democratico che questa sponda dell'Atlantico ha ricevuto dall'altra sponda sia stato fondamentale. Ricordo che, ancora trenta anni fa, in Europa la democrazia non era una condizione generale: Grecia, Spagna, Portogallo e tutti i Paesi dell'Est non avevano una struttura politica democratica. Pertanto, è innegabile che il deficit di democrazia che caratterizzava questo lato dell'Atlantico è stato sostenuto e colmato dall'altra parte dell'Atlantico.
Credo che il punto rilevante riguardi la fase attuale. A tal proposito, ritengo che il ragionamento debba essere svolto in termini di spazio e potenza. Per essere più chiari, gli Stati Uniti forse non hanno acquistato spazio, ma certamente hanno acquistato potenza; l'Europa si è estesa nella dimensione dello spazio, ma ha perso potenza. Non abbiamo più, infatti, la potenza dei vecchi Stati nazionali, non abbiamo ancora una dimensione politica europea.
Credo che questo sia l'aspetto fondamentale, in questa fase, nell'economia politica delle relazioni tra le due sponde dell'Atlantico. Se c'è un teatro nel quale si vede la fine dello Stato Nazione, questo è l'Europa; se c'è un teatro nel quale si soffre un deficit di politica, questo è l'Europa.
Nell'ultima riunione dell'ECOFIN - cito un episodio che mi ha colpito - ho notato che tra gli interventi in tempo reale e la loro traduzione intercorreva un lasso di tempo doppio. Quando ho chiesto spiegazioni, mi hanno risposto che la traduzione avviene dalla lingua madre in inglese e dall'inglese alle altre lingue. Credo che questo esempio possa dare l'idea della complessità della scena politica europea.
A mio avviso, siamo in una fase - lo dice una persona non sospettabile di "euro- entusiasmo" - nella quale tutto accelera in termini di concentrazione politica oppure la cifra dei rischi è cresciuta.
È vero, questo processo politico, che sono convinto debba andare avanti, dura da mezzo secolo e due, tre, quattro anni di crisi non sono molti, ma credo che su questo punto dobbiamo svolgere una riflessione più approfondita per l'equilibrio tra le due parti.
Mi sembra che il problema dell'equilibrio transatlantico sia in qualche modo old fashion; si tratta, certo, di un problema molto rilevante, ma credo che il teatro sia ormai molto più vasto.
Quando, due anni fa, durante un G7 ho posto la questione della Cina, sono stato preso per matto. Credo, invece, che adesso questo sia uno dei temi centrali. In quell'occasione avevo sollevato un rilevo piuttosto banale: se Taiwan cresce al 9% è un entusiasmante evento economico; se cresce al 9% un Paese che ha 1 miliardo e 800 milioni di abitanti è un fatto che accelera la velocità della storia e del mondo e non avrà effetti limitati al dominio economico. Si tratta, dunque, di un fatto sul quale dobbiamo riflettere.
Chiudo con un passaggio sulle bandiere. Il senatore Amato ha affermato che a volte le bandiere si sporcano di fango, ma mi permetto di dire che se dietro una bandiera c'è una democrazia, non c'è mai fango.